Hong Kong e Italia: la recente visita di Padoan nella Regione Speciale Cinese e la Convenzione contro le Doppie Imposizioni

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Written by the Italian Desk

 

È terminata la scorsa settimana la visita del Ministro dell’Economia e delle Finanze italiano ad Hong Kong, al fine di favorire investimenti reciproci tra i due paesi.

La visita del Ministro Padoan avviene a due mesi di distanza dal DDL di ratifica dell’accordo (Convenzione Contro le Doppie Imposizioni) tra lo Stato Italiano e la Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per evitare le doppie imposizioni in materia d’imposte sul reddito e per prevenire le evasioni fiscali, intesa raggiunta nell’ormai lontano 14 gennaio 2013.

 

L’accordo è d’importanza fondamentale, e apre prospettive interessanti per gli investimenti outbound dall’Italia a Hong Kong, ma anche per quelli in direzione opposta. Evitando la doppia imposizione dei redditi generati in entrambe le giurisdizioni, si produrrà, infatti, un rilevante impulso rilevante per le imprese del Made in Italy operanti in Asia. Questo anche alla luce del fatto che Hong Kong rappresenta da diversi anni un hub finanziario utilizzato dalle imprese italiane per svolgere operazioni commerciali in tutta l’Asia, Cina compresa. D’altra parte, dopo la ratifica definitiva di questo CDTA (Comprehensive Double Taxation Agreement), Hong Kong potrebbe cessare di figurare nella black list dei paradisi fiscali, e consentire al fisco italiano (e cinese) di ottenere informazioni sui contribuenti operativi nella regione amministrativa speciale (e viceversa), con il superamento del cosiddetto segreto bancario. L’accordo comporterà anche la riduzione del tetto massimo delle ritenute che lo Stato Italiano effettua su dividendi (da 20% a 10%), royalties (da 22,5% a 15%) e interessi sui capitali (da 20% a 12,5%) rimpatriati ad Hong Kong.

Allo stato attuale, i redditi dei cittadini italiani che risiedono nella regione speciale di Hong Kong, subiscono una doppia imposizione fiscale, essendo infatti tassati in entrambi i paesi. Ciò accade in assenza di una Convenzione che regoli le procedure di prelievo fiscale evitando così che una stessa fonte reddituale subisca la doppia imposizione in entrambe le giurisdizioni. Infatti, l’articolo 2 comma 2-bis del T.U.I.R. dichiara che qualsiasi cittadino cancellato dall’anagrafe e trasferito in un paese della black list (come, appunto, Hong Kong allo stato attuale) è considerato, salva prova contraria, residente in Italia e perciò fiscalmente soggetto passivo alle imposte sul reddito delle persone fisiche. Ciò implica che il cittadino italiano sia considerato residente sia in Italia che ad Hong Kong, con relativa doppia imposizione sul reddito in entrambi i paesi. Simile scenario per l’attività d’impresa. In assenza di una Convenzione, il 100% dell’utile prodotto da una società italiana ad Hong Kong viene considerato base imponibile anche dal nostro fisco, oltre che da quello di Hong Kong (dove è attualmente vigente un’imposta sul reddito d’impresa del 16,5%). Invece, in presenza di una Convenzione, il reddito prodotto ad Hong Kong verrebbe tassato solo in questa giurisdizione, più un’aliquota su eventuali dividendi e plusvalenze per quanto riguarda l’Italia. Di seguito, un esempio semplice ma pratico per spiegare la differenza.

Una società di capitali italiana controlla il 50% di un’impresa ad Hong Kong, la quale nel 2013 ha avuto un utile di 1 milione EUR e non distribuisce dividendi.

  • In mancanza di una Convenzione, la tassazione in Italia sarebbe del 27,5% dell’utile di competenza italiana (500,000 EUR). Quindi, 137,500 EUR.
  • Con una Convenzione, invece, la tassazione sulla plusvalenza sarebbe solo l’1,375% della quota attribuita all’Italia. Quindi, 6,875 EUR.

Inoltre, l’assenza di una Convenzione implica che qualsiasi operazione effettuata da cittadini o società italiane con entità di Hong Kong sia oggetto di particolari e stringenti procedure di controllo che comportano dilatazione di costi e tempi per le suddette attività. Ad esempio, è onere del contribuente italiano dimostrare che la società con sede a Hong Kong svolga effettivamente una sostanziale attività economica e dunque abbia natura fiscale in quella stessa sede. Per evitare la doppia imposizione dunque, l’investitore deve fornire al governo le prove (consistenti in una lunga serie di contratti e documenti) che dimostrano che le operazioni poste in essere ad Hong Kong siano effettivamente reali.

La Regione Amministrative Speciale ha però deciso di porre fine a questa situazione, costruendosi un nuovo status agli occhi della comunità finanziaria e politica mondiale. Infatti, negli ultimi anni Hong Kong ha velocizzato ed aumentato le contrattazioni per la stipula di nuovi convenzioni sulla doppia imposizione. Solo nel 2009 ha firmato ben cinque convenzioni con diversi paesi stranieri, per un totale, allo stato attuale, di trenta accordi conclusi e quattordici in trattativa. Tali accordi prevedono nuove procedure con particolare riferimento a trasparenza e corporate governance, tutte proiettate a scoraggiare l’utilizzo di società fittizie e prestanomi durante la costruzione delle strutture legali per poter operare ad Hong Kong. Di recente inoltre, è stata introdotta una norma che impedirà a società fiduciarie di figurare come amministratore di una Hong Kong Limited Company (soltanto le persone fisiche saranno in grado di ricoprire tale carica).

L’entrata in vigore del DTA è prevista alla data di ricevimento dell’ultima delle notifiche con le quali ciascuna delle due Parti notificherà il completamento delle rispettive procedure interne di ratifica; mentre l’efficacia, per l’Italia, scatterà a partire dal 1° gennaio dell’anno solare successivo a quello dell’entrata in vigore. Quindi, se la ratifica dell’accordo da parte del nostro Parlamento,resa nota attraverso la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, avverrà entro il 2014, la Convenzione si renderà applicabile già dal primo gennaio 2015.

La visita del Ministro ad Hong Kong arriva a margine delle trattative per la chiusura di una serie di operazioni importanti tra Italia e Cina, prima fra tutte quella che riguarda la CDP (Cassa Depositi e Prestiti), che pochi giorni fa ha confermato di essere in trattativa per la cessione del 35% di CDP Reti, la controllante di Snam (al 30%) e, a breve, anche di Terna. La firma dell’accordo, ha detto da Pechino il presidente della CDP Franco Bassanini, è prevista per fine mese. Controparte dell’operazione è State Grid Corporation of China, prima utility (elettricità) pubblica al mondo. Per il Ministro Padoan, l’operazione ha un valore commerciale e finanziario globale di circa 2 miliardi EUR, e la firma è attesa entro la fine del mese.

 

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