Multilateral Competent Authority Agreement: La fine del segreto bancario?

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Mercoledì 29 Ottobre si è tenuto, a Berlino, il settimo Global Forum sulla trasparenza e lo scambio di informazioni in materia fiscale. Il Forum, patrocinato dal Ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha visto la partecipazione di 200 delegazioni da tutto il mondo, per un totale di 95 giurisdizioni rappresentate. Il principale obiettivo raggiunto attraverso il summit è la firma, da parte di 81 nazioni, del c.d. Multilateral Competent Authority Agreement (di seguito definito “MCAA”).

Il MCAA è il risultato di un percorso, iniziato nel 2010 con l’introduzione, da parte degli Stati Uniti del Foreign Account Tax Compliance Act (di seguito definito “FATCA”). Con il FATCA, le banche straniere sono state obbligate a fornire informazioni all’autorità fiscale americana, l’Inland Revenue Service, in merito alle holding controllate o partecipate da cittadini americani con riserve liquide superiori a 50,000 Euro. Il FATCA ha rappresentato un punto di partenza che ha indotto cinque potenze Europee, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Spagna, ad adeguarsi e ad intraprendere l’impegno, nel 2011, per uno scambio di informazioni reciproco più profondo e continuo. Il MCAA sottoscritto a margine del summit tedesco è il sigillo all’impegno intrapreso, al termine di diverso tempo di dialogo costruttivo, nell’ottica della creazione di un sistema mondiale integrato volto ad eliminare, o quantomeno ridurre, i flussi diretti nei paradisi fiscali quantificati da Zucman. In particolare, ai sensi del MCAA, le banche dei Paesi firmatari inizieranno a raccogliere informazioni sui conti correnti con giacenze pari o superiori a 250,000 USD, dati che dovranno essere rielaborati e scambiati con le varie autorità fiscali delle nazioni a partire dal 2017, o, per alcuni Paesi, dal 2018. Tra i 51 paesi che implementeranno il MCAA entro il 2017, ne figurano alcuni che sono stati per anni bandiere del “segreto bancario”, come il Liechtenstein, le Isole Cayman o le British Virgin Islands. Altri 30 invece, tra cui Russia, Brasile, Svizzera, Cina ed Hong Kong, lo faranno a partire dal 2018.

Il quadro degli investimenti in Asia potrebbe dunque cambiare, proprio in virtù della sottoscrizione dell’accordo da parte di Cina ed Hong Kong. Invero, è già da tempo che le autorità americane hanno messo nel mirino Hong Kong, per i vantaggi fiscali che la Regione ad amministrazione speciale offre. Insieme alle recenti proteste degli studenti, che iniziano a ribellarsi all’egemonia cinese, la firma del MCAA non è certo una notizia che può lasciare indifferenti gli investitori, che forse farebbero meglio a cercare una exit strategies indolore o ricalibrare la propria configurazione in Asia.

Molti i ministri che hanno manifestato soddisfazione per il risultato raggiunto. Su tutti, il Ministro tedesco ha sottolineato come “non è più possibile tollerare l’esistenza del segreto bancario, per come esiste oggi, in un sistema economico mondiale nel quale basta un semplice click per trasferire ovunque somme di denaro anche ingenti, pertanto – continua il Ministro Schaeuble – lo stesso è oggi obsoleto e va riformato”.

Se dunque l’accordo può essere considerato un passo importante in tema di lotta all’evasione fiscale, non mancano i punti di criticità che potrebbero vanificare gli sforzi promossi dall’OECD e dai Paesi firmatari. I possibili punti di debolezza dell’accordo, individuabili dopo un’analisi preliminare, sono quattro:

(i) in primo luogo, se l’accordo prevede che lo scambio di informazioni inizi a partire dal 2017, ciò significa che gli “evasori” avranno a disposizione diverso tempo per riallocare i propri assets e scorporarli, ad esempio utilizzando più di un conto corrente, per fare in modo ognuno di questi abbia giacenze inferiori a 250,000 USD e non dia dunque adito all’obbligo di disclosure previsto dall’accordo.

(ii) alcuni Paesi, come ad esempio Panama e Singapore, non rientrano nell’accordo e non hanno manifestato nessuna intenzione di implementare sistemi di trasparenza. Singapore in particolare potrà dunque rappresentare una valida alternativa ad Hong Kong, permettendo agli operatori di mantenere le strutture di controllo volte a facilitare l’evasione, conservando allo stesso tempo un hub in Asia, che funga da porta d’ingresso  per condurre operazioni non solo in Cina, ma anche nei Paesi emergenti dell’ASEAN, in virtù del fatto che Singapore ne è parte.

(iii) i Paesi firmatari potranno decidere, utilizzando un approccio c.d. “case by case” quali informazioni condividere e quali no. La Svizzera ad esempio, ha già reso noto che implementerà lo scambio di informazioni solamente con i Paesi rilevanti per la sua economia. Ciò può implicare che, ad esempio, le holding detenute da cittadini svizzeri in paesi economicamente non rilevanti, che però consentono di realizzare evasione su profitti anche ingenti, possano sfuggire al controllo delle autorità. Questa possibile deriva di cherry-picking che i Paesi firmatari potranno porre in essere, è già di per sé idonea a vanificare l’effettività del MCAA.

(iv) altro aspetto, non meno rilevante degli altri, riguarda il fatto che gli evasori potranno comunque nascondersi dietro trusts o fondazioni, per i quali, in certi casi specifici, l’obbligo di disclosure non è in vigore.

Nonostante permangano alcuni aspetti da chiarire, la firma dell’accordo è il primo passo significativo verso un sistema più trasparente. Di conseguenza, è bene che gli operatori ne tengano conto, perché vi è la concreta possibilità che a partire dal 2017, le strutture che prevedono una holding collocata un paradiso fiscale, non siano più così convenienti.

 

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